Grbic: vi spiego cos'è un serbo

di Francesco Barana da www.tggialloblu.it

27/04/2018

Nikola GrbicNikola Grbic
Nikola Grbic
Storie di frontiera: “Di cattolici, musulmani, ortodossi una volta uniti sotto lo stesso cielo”. Storie di fame: “Quelle di noi Balcani, sempre sottomessi, sempre in guerra, sempre chiamati a combattere. Per noi, così individualisti e indolenti, la disperazione è il nostro collante, la nostra motivazione, il nostro senso di esistere”. Storie di guerra: “L'ho vista e vissuta. Avevo vent'anni. E' esploso quello che covava dentro, sono emersi gli egoismi. Tito per decenni li aveva sopiti con la sua autorità. Era un dittatore e ne ha fatte di cazzate, ma era un giusto, l'ideale per noi che non siamo troppo democratici. Voi non potete capire. E poi cos'è la democrazia? Cosa significa? Oggi nelle società occidentali c'è un eccesso di democrazia, manca l'autorità, il senso della gerarchia. E' la società liquida, dove ognuno sente la necessità di dire la sua anche se non ha niente da dire, dove si manifesta in piazza per qualsiasi libertà ma la libertà c'è già, dove sui social arrivi a offendere, dove tra i ragazzini non c'è rispetto per la famiglia e l'insegnante e poi magari esplode il bullismo...”.
Nikola Grbic - 44 anni, coach della BluVolley Calzedonia e della Serbia, serbo di “un piccolo villaggio di tremila anime vicino a Zrenjanin” - ha una storia importante e ingombrante alle spalle. Lasciò casa a 21 anni, nel 1994, mentre nella sua terra si scannavano. Destinazione Italia. La sua vita l'ha passata in giro per il mondo (“oggi di qua, domani di là, dopodomani chissà”), fuoriclasse assoluto della pallavolo mondiale. Da palleggiatore ha vinto tutto: campionati in Italia e in Russia, Champions League con i club, Europei e l'Olimpiade di Sidney con la sua nazionale, di cui per vent'anni è stato il leader indiscusso. Ma gli occhi e il cuore tornano sempre lì: ai suoi Balcani, inquieti e instabili, feriti e indomiti. Si emoziona Grbic, perché se il passato pesa, il futuro è comunque ancora tutto da scrivere. “Ho smesso di giocare tardi, tre anni fa, sono un allenatore che si sta costruendo. Vorrei che l'allenatore superasse il giocatore che sono stato. Poi c'è la mia vita: sono serbo e ho un sogno...”.
Quale?
Tornare a vivere nel mio Paese. Io, mia moglie e i miei figli. Ma oggi là non ci sono ancora le condizioni ideali.
C'è un ombra nei suoi occhi...
Io la ricordo la mia terra da bambino. Stavamo bene, anche se c'era la dittatura. Oggi non è così.
Prima parlava di Tito. Ha detto: “Voi non potete capire”...

Come ho detto: era un dittatore e ne ha fatte di cazzate. Ma a modo suo era illuminato. Quando è morto, nel 1980, avevo sette anni. Eppure ricordo: economicamente si stava bene. La gente lavorava ed era serena. Andavi a fare la spesa con i dieci euro di oggi e te ne rimanevano in tasca quattro. Tutti andavano in vacanza, al mare e a sciare. I musulmani pregavano in moschea e i cattolici in chiesa. Vivi e lascia vivere. Senza troppe menate, rivendicazioni, manifestazioni. Senza dirlo troppo in giro noi andavamo d'accordo. Ognuno faceva il suo e non rompeva agli altri ed era tutto tranquillo. Questo era lampante. Ed è diverso da quello che è successo dopo.
Il caos e dieci anni di guerre.
Sembra quasi che aveste bisogno dell'autorità...
La Jugoslavia poteva andare avanti unita solo con una figura come Tito. Noi Balcani siamo un popolo che ha bisogno di un leader autoritario e giusto, non siamo molto democratici. Ma la democrazia come la intendiamo in occidente è così giusta?

Accolgo la provocazione. Sentiamo...
Oggi si vuole andare troppo oltre. Ognuno sente la necessità di rivendicare pubblicamente una sua idea, un suo modo di essere. Ma serve rivendicare? Vuoi una cosa? Falla e stai tranquillo. Non c'è sempre bisogno di dire, di opinare. Oggi va di moda battersi per libertà che già ci sono. Le cose le puoi già fare, senza che le rivendichi.
Tornando all'antropologia balcanica...
Siamo individualisti, ma individualmente siamo deboli, per questo abbiamo bisogno dell'autorità. Oppure di una causa, di una battaglia, di un fine comune per dimenticare le nostre divergenze. Se c'è un nemico comune ci uniamo. Vale anche nello sport. Ci faccia caso: noi storicamente siamo forti negli sport di squadra, in quelli individuali prima di Djokovic nel tennis non avevamo combinato granché.
E' un po' il sentirsi soli contro tutti...
Il logo della bandiera serba ha quattro esse. Significa: “Solo l'unione salva il serbo”. Negli anni '90 avevamo il mondo contro ed è stato uno dei periodi più prolifici per lo sport. Non è un caso. Due anni fa abbiamo vinto la World League contro le più grandi nazioni del mondo: Brasile, Stati Uniti, Polonia, Francia, Italia. Quanti milioni di abitanti fanno insieme? Noi siamo solo un piccolo Paese da cinque milioni e mezzo di persone. Nel 1999 la Nato e i 19 Paesi più ricchi del mondo ci bombardarono sotto embargo. Fu una vigliaccata. Da sempre combattiamo contro i potenti. E' la nostra storia: sempre dominati da qualcosa o da qualcuno. Quando sono con la mia nazionale e sento l'inno penso a tutte queste cose.
Cosa pensò nell'ottobre del 2000 quando a Sidney vinse l'oro Olimpico mentre a Belgrado centinaia di migliaia di persone scendevano in strada mettendo fine al regime di Milosevic?
Distinguo due piani, lo sportivo e il politico. Sportivamente subito non realizzai l'impresa, ero sotto shock per una vittoria bellissima, ma sorprendente e insperata. Nessuno ci credeva, nemmeno la Federazione, che non aveva organizzato nessun festeggiamento e anzi aveva prenotato l'aereo per quella sera stessa. Ricordo che finita la partita facemmo una breve conferenza stampa e poi scappammo all'aeroporto. Tutto di corsa, tutto in sordina. Politicamente invece fu tutto molto strano, quasi irreale...
Racconti.
Furono giorni, momenti e ore di confusione e contrasti emotivi nella nostra delegazione. Da Sidney facemmo scalo a Pechino e ricordo che lì, prima di ripartire per la Serbia, con i compagni ci guardavamo negli occhi non sapendo come ci saremmo dovuti comportare una volta tornati in Patria. Eravamo smarriti. Milosevic era alla fine, ma ufficialmente era ancora Presidente della Repubblica e non si dimetteva. E se ci avesse convocato per le celebrazioni? Cosa avremmo dovuto fare? Ce lo domandavamo. Eravamo nella classica situazione del “come fai sbagli”. Temevamo di essere strumentalizzati politicamente. Ma la sfortuna diventò fortuna...
Cosa intende dire?
A Belgrado c'era talmente casino che ci avevano vietato di entrare in città, così evitammo l'imbarazzo. Ripiegammo su Novi Sad e successe una cosa straordinaria...
Ora i suoi occhi tornano a illuminarsi...
Nella piazza principale incontrammo decine di migliaia di manifestanti in protesta contro Milosevic. Ma non appena ci videro tirarono giù le bandiere politiche e gli striscioni, e cominciarono a festeggiarci. Fu una festa bellissima. Per qualche ora la politica se ne stava fuori da tutto e si pensava a godere di qualcosa di grande e unico per la Serbia come un oro olimpico. Lì forse ho cominciato a realizzare cosa avevamo fatto.
Siete poveri, ma la scuola slava è grandissima nel basket, ma anche nel volley e nel calcio. Come se lo spiega?
Razionalmente non me lo spiego. Prenda il volley: non si pratica nelle scuole, i ragazzi non trovano le strutture adeguate per giocarci, i club serbi non hanno il potere economico per investire e lavorare seriamente con i giovani. Eppure vinciamo. Credo ci sia una spiegazione irrazionale, emotiva. Sa cos'è?
Me lo dica lei.
Si chiama fame, nel vero senso del termine.
Parlava prima di disperazione come collante...
Da noi il ragazzino pensa: “Se io non gioco a pallavolo, a calcio o a basket sono finito”. E' la cultura di strada. Ricorda Rocky, il film? Andava a vedere i portoricani che si scazzottavano. In Serbia è uguale. Nella nostra storia per un motivo o per l'altro abbiamo spesso avuto la guerra. Siamo incazzati, abbiamo voglia di riscatto, di combattere, di vincere.
Però il Grbic allenatore trasmette tranquillità più che rabbia...
Non stresso i giocatori. Parto da un presupposto: allenare è diverso che giocare. Quando giocavo potevo incidere sul risultato, come allenatore è impossibile. Come allenatore posso farti vedere i video, prepararti psicologicamente, tatticamente e fisicamente, ma poi vai in campo tu giocatore e io non posso più farci niente. Questa è la frustrazione più grossa, ma è anche un insegnamento: non serve seppellire i giocatori con milioni di input, ordini e schemi, tanto poi vanno in campo e con il battito a duecento e l'adrenalina a mille molte cose le dimenticano. Io devo lavorare sulla testa degli atleti, far loro interiorizzare le mie convinzioni, cercare un feedback da loro, persuaderli con la mia esperienza e le mie conoscenze, ma non imporre nulla. Sono loro che devono arrivare a pensare: “Faccio questo non perché me lo ha detto il coach, ma perché sono io che ci credo”. Ogni giocatore è diverso. Io per arrivare in forma alla partita avevo bisogno di riposare e di prepararmi mentalmente sugli aspetti tattici e di gioco. Altri invece si guardavano un film fino a un'ora prima e non gliene fregava niente, ma giocavano bene lo stesso.
Lei ragiona così perché è stato un fuoriclasse. Tanti suoi colleghi con una carriera meno brillante pensano che la tattica può tutto.
E' vero. La stragrande maggioranza degli allenatori di volley da giocatori hanno avuto carriere brevi e mediocri. Molti di loro vincono pensando di incidere, ma non è così. Le partite si decidono sulle individualità o sulla fortuna, su un video-check dove la palla è fuori o dentro di un millimetro, o su una svista arbitrale. Molti allenatori hanno la presunzione di tenere tutto in mano, invece non hanno in mano assolutamente niente.
Lei è cerebrale. L'essere palleggiatore l'ha aiutata a diventare allenatore? Nel calcio i più grandi tecnici sono stati centrocampisti...
Il palleggiatore è il regista di tutto, la squadra dipende da lui, lui ha il potere sui suoi compagni, l'allenatore avversario impone la sua tattica contro di lui, gli conta anche i peli del culo. Moltissimi allenatori sono stati palleggiatori, bravi o scarsi, ma lo sono stati. Un opposto difficilmente diventerà allenatore, perché l'opposto pensa solo a schiacciare, non a ragionare. Conosce lei un opposto che fa il coach? Non esistono.
Lei veste sempre in tuta, anche fuori dal campo. Divismo zero.
Sto bene in tuta, o anche in bermuda. Finisco l'allenamento, faccio la doccia e mi metto comodo. Devo andare a prendere i figli a scuola, fare la spesa e poi tornare al campo. Serve vestirsi bene? Non sono mai stato uno buono per la moda o l'apparenza.
Ha girato il mondo. Verona come la trova?
Scopro l'acqua calda se dico che è bella? E' una città viva. Pensi che ho vissuto in posti dove non c'era nulla da fare dopo il lavoro. Mi veniva voglia di scappare. Vado al parco coi bimbi. Amo le osterie e le trattorie, i vicoli, i musei. Abito in centro, prima di firmare l'avevo chiesto espressamente alla società. Voglio vivere la città tutti i giorni, non c'è solo la palestra e la squadra. Sono stato tre anni a Milano e non ho mai visto l'Ultima Cena di Leonardo da Vinci, ma le pare possibile? Non esiste. Anni fa ero a Hiroshima con la Nazionale e i miei compagni durante il giorno libero se ne stavano chiusi in albergo. Pensavo “ma questi sono matti, quando mi ricapita di tornare a Hiroshima?”. Andai da solo al Museo della Pace. Lo stesso a Cracovia, visitai Auschwitz.
Lei, al di là del contratto, sembra uno di casa alla Bluvolley.
Sono in una fase della carriera in cui non ambisco al grandissimo club. Non voglio vivere con la pressione di vincere, l'ho sentita per vent'anni da giocatore e ora non è ancora il momento di caricarsela sulle spalle da allenatore. Oggi è così, domani chissà...
Non potrebbe diventare grande con Verona?
Per arrivare in alto servono soldi. Ora come ora non possiamo competere con i primi quattro club. Spero possa cambiare, ma oggi è così. I giocatori forti che fanno differenza costano molto. Però...
Però?
Sogno di portare la squadra in semifinale scudetto. Potrebbe essere l'inizio di un nuovo corso anche per la società, che sarebbe facilitata ad attrarre nuovi sponsor e creare un progetto ancora più importante. Nella vita e nello sport esistono dei momenti chiave: credo che a Verona manchi ancora quell'impresa straordinaria che segna la svolta.
Poi c'è la sua Serbia...
Ho vinto l'Olimpiade da giocatore. Di notte mi addormento pensando di vincerla anche da allenatore.
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