Il mondo si arresta per non soccombere di fronte al coronavirus

di Edoardo Dallari

25/03/2020

Il mondo si arresta per non soccombere di fronte al coronavirus. E a ordinargli di fermarsi è la Tecnica. Non la politica – democratica o dittatoriale che sia -, non l’economia – costretta al lock-down ovunque -, non la religione cristiana – che impedisce le funzioni religiose. La pandemia dà la spinta decisiva al superamento della globalizzazione economica nella globalizzazione tecnico-scientifica. Quello che Oswald Spengler chiamava il “tramonto dell’Occidente” è a un tempo la vittoria planetaria della civiltà occidentale. A trionfare è la sua forma mentis: la relazione assoluta di tutti i punti del globo per mano della tecno-scienza. 
La Tecnica è oggi l’unica autentica Speranza per la Salvezza. E questo nonostante le continue incongruenze e contraddizioni che nella comunità scientifica hanno avuto luogo in queste settimane. Ci affidiamo alla scienza per la scoperta del vaccino, ci affidiamo agli “esperti” perché ci indichino come comportarci per non essere contagiati, lasciamo ai comitati scientifici la libertà di decidere che la nostra società debba richiudersi in casa, possiamo limitare la diffusione del virus tracciando i movimenti dei cittadini tramite apps e droni (abbandonando ogni idea di privacy). Rimasti soli nelle nostre case ci rifugiamo su internet e sui dispositivi tecnologici.
Come sosteneva Max Weber è possibile parlare di progresso solo in termini tecnici: a progredire è la capacità di organizzare mezzi per la realizzazione di scopi. È la natura stessa del progresso a definirlo come infinito. Nessun’altra filosofia della storia o teodicea sembra pensabile, e questa crisi del virus mi pare testimoniarlo. Viene alla mente “La Ginestra” di Leopardi: “secol superbo e sciocco” è quello che si illude delle “magnifiche sorti e progressive” dell’“umana gente”. Dopo la “morte di Dio” di cui parla Nietzsche, la nostra civiltà non pensa più nei termini dell’escatologia cristiana, che vede la salvezza nella comunione con Dio dopo l’Apocalisse, o della possibilità metafisica di una società perfettamente pacificata, libera e felice, o del materialismo storico, che vede nel comunismo l’esito del superamento delle contraddizioni del capitalismo. Siamo in uno stato di stato di emergenza permanente. 
Se da un lato confidiamo nell’onnipotenza della tecnica, dall’altro nel tempo del nichilismo viviamo a pieno la nostra impotenza. Siamo tanto tecnologicamente avanzati quanto ci scopriamo deboli, spaesati, impauriti, sfiniti. Sentiamo a fondo il nulla che siamo. Il nostro è un “io rarefatto” come diceva Robert Musil, disperso e disorientato in un mondo che parla un linguaggio estraneo all’interiorità dell’anima, in un mondo di cose che pensano molto più velocemente del pensiero umano che le ha create. 
Ma come è possibile questa discrasia, questa distanza, tra la potenza dell’Apparato tecno-scientifico e la debolezza tragica dell’umano? Già Martin Heidegger tematizzava il nesso strutturale tra dominio della Tecnica e nichilismo: il destino della metafisica occidentale si esprimerebbe proprio nella totale manipolazione-tecnicizzazione dell’ente. 
Che fare dunque? “Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”, cantava il Poeta. È nell’ora più buia che rinasce la speranza, che prende vita quel contraccolpo che riapre alla vita. È dentro di sé che si troverà la forza per reagire. Un nuovo principio di responsabilità nascerà in ciascun singolo con l’amore verso quel prossimo da cui ora dobbiamo stare lontani, ma che ci definisce in quanto umani. Consapevoli che la speranza è tale se rivolta verso ciò che non si vede.
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