La mentalità perduta

Prof. Vincenzo Di Pinto

14/01/2008

La mentalità perduta
E’ terminato il torneo preolimpico in Turchia, vinto dalla Serbia. L’Italia, ridisegnata da Anastasi per problemi fisici nonostante uno spirito diverso, gioca e vince bene con l’Olanda, si smonta alle prime difficoltà con la Polonia; perde con la Spagna, complice un infortunio a Cernic e viene per fortuna rimandata a maggio. Premesso che è difficile la gestione di una squadra in difficoltà, con qualche automatismo ancora da perfezionare; l’Italia è sembrata una squadra senza cambi, ferma sulle gambe e senza iniziativa individuale.

Dopo ogni disfatta azzurra, puntualmente da alcuni anni, si cerca di trovare una causa o un colpevole: mancanza di fenomeni, i tecnici lavorano male nei club, più tecnici stranieri, mancanza di giocatori italiani, non si lavora con i giovani, e non ci sono giocatori giovani italiani, troppi stranieri, troppi infortuni, ecc. E le altre nazionali hanno tutti questi requisiti? Hanno campionati con potenzialità inferiori al nostro, hanno pochi giocatori di qualità e spesso da noi non considerati perché inadeguati al nostro campionato e poi ci battono. Se consideriamo il numero e la qualità dei giocatori noi dovremmo essere terzi nel ranking mondiale dopo Russia e Brasile. Qualcosa di vero c’è, ma le analisi devono essere approfondite e non di comodo, e poi parlano tutti, meno che i tecnici, (rappresentano l’insegnamento, la mentalità e il progetto di gioco). Negli ultimi anni, si è parlato di tecnici, solo per la rivalità tra Montali e Velasco.

Vi ricordate la nazionale di calcio eliminata dagli europei e dal mondiale con Trapattoni, stessi problemi: pochi giocatori di qualità, Totti e Vieri inamovibili, i Club non davano spazio alla nazionale ecc. Poi è arrivato Lippi ha detto: il movimento italiano è buono; i giocatori ci sono e devono essere umili; nessun giocatore è insostituibile, quelli con maggior qualità devono saper rispettare le regole e giocare per la squadra; il campionato italiano è importante perché prepara i giocatori, chi non gioca nel Club per motivi tecnici o di disciplina non sarà convocato; chi entra nel Club azzurro deve dimenticare i problemi della sua società ed ha formato un gruppo squadra molto ampio; ci organizzeremo con lo spazio che il campionato ci lascia, dando serenità al movimento e prendendosi le responsabilità del progetto avallato dalla federazione.

In Italia dopo Anderlini, un tecnico, e dopo il progetto tecnico di Pittera con Skiba allenatore e avallato da Briani, è arrivato alla guida della nazionale Velasco, un tecnico che vinceva scudetti in Italia, grande lavoratore oltre che comunicatore che come Lippi disse: i giocatori in Italia hanno grandi potenzialità, ma devono aver fame di lavoro in palestra e di risultati, con il giusto atteggiamento e senza alibi. Ha creato un vero gruppo squadra, dicendo che la squadra migliore può non essere fatta dai giocatori migliori; che l ‘Italia aveva un campionato importante, fondamentale anche per la nazionale. Era il periodo in cui si diceva oltre a quelle già citate, che i Russi, ed i paesi dell’est vincono perché c’è la dittatura, Cuba perché hanno le fibre bianche e lui disse: noi lavoreremo di più in palestra e con i pesi, le sedute di ore 3 per due volte al giorno. Faceva continue riunioni tecniche a vari livelli per migliorare la tecnica di base e i tecnici. Una vera guida per tutto il movimento. Ha dato centralità alla figura dell’allenatore che doveva essere un esempio di professionalità. Il coach doveva coordinare tutta l’attività giovanile e lui stesso lo faceva con Polidori e Lorenzetti, introducendo il piano altezza e la junior league, importante per la crescita dei giovani (altro argomento) e i tecnici di alto livello.
Nessun altro allenatore è diventato guida per il movimento, che ha solo vissuto di rendita. E’ scomparsa la centralità del tecnico, anzi spesso la figura del tecnico è stata calpestata, perché qualche dirigente insicuro parlando con giocatori esperti, o presidenti abbagliati dall’immagine di certi giocatori, hanno tolto autorevolezza ai tecnici ed ai progetti, creando alibi ed inibendo la voglia di lavorare (in Italia si lavora poco), senza responsabilità e ruoli, senza esempi per i giovani. La mentalità di lavoro è andata sempre più scemando , e come se a scuola togliessimo gli insegnanti o non diamo importanza a loro ( infatti la nostra scuola va a ………).
Con l’arrivo di Montali e la sua pallavolo più studiata e schematizzata, nonostante i risultati iniziali, il movimento non ha tratto giovamento in quanto non è riuscito a creare un dialogo con tecnici e società, anzi si sono creati dei veri contrasti, tanto che nessuno ha capito perché non è subentrato Daniele Bagnoli per il mondiale in Giappone, in quanto i giocatori erano tutti di Treviso.
A proposito degli studi nella pallavolo , ormai tutte le squadre li fanno, e ogni allenatore ha diritto di fare la sua pallavolo.
Io penso che essendo la pallavolo uno sport di situazioni e di valutazione, ogni allenatore dopo aver creato un sistema di gioco con varianti, aiuta la propria squadra sintetizzando in poche nozioni gli studi fatti sugli avversari, partendo sempre dal proprio saper fare, in modo tale da non perdere personalità, iniziativa e sicurezza. In caso contrario una squadra in difficoltà si blocca più facilmente; e per le nazionali tutto ciò è ancora più importante in quanto giocando ogni giorno, con pausa per trasferta, si ha meno tempo per provare.
Per quanto riguarda SKY, io penso che bisogna solo ringraziarla.
Ed infine parliamo di Anastasi, ho già scritto nell’art. forza azzurri, che si merita la nostra fiducia in quanto ha tolto gli alibi a tutti, ha detto che i giocatori ci sono e con l’umiltà, lo spirito di sacrificio e di gruppo, oltre a tanto, tanto…..lavoro si può risalire.
Io aggiungo, dobbiamo avere la capacità di ripartire da zero, dimenticando i mondiali e chi li ha vinti, e dopo tanti anni serve un confronto con i tecnici ( fino a maggio sono loro gli allenatori).
Bernardigno con il Brasile ha fatto lo stesso, ha ridato soprattutto umiltà e tanto, tanto lavoro ad un ambiente che dopo anni aveva la testa all’Olimpiade vinta a Barcellona.
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