La scuola di pallavolo

di Luciano Pedullà

21/05/2012

Luciano PedullàLuciano Pedullà
Luciano Pedullà
Scrivere di pallavolo dopo quanto successo in settimana diventa difficile e banale, i problemi che coinvolgono direttamente il volley sono niente rispetto a quelli che questo week end ha riservato alla nostra penisola e devono far riflettere chi si accapiglia per una semplice divergenza sportiva. Dovrebbero, invece, restituire forza e vigore per rigenerare la crescita delle attività sportive, che in Italia hanno saputo dare spesso l’insegnamento, grazie all’esempio dei suoi protagonisti. Da Dorando Pietri a Enzo Ferrari, le leggende sportive hanno impressionato la memoria degli italiani grazie alla loro laboriosità e al raggiungimento dei propri obiettivi in merito al proprio lavoro. Nulla è impossibile ma per ottenerlo devo avere tenacia e resistenza per esprimermi attraverso le qualità che io possiedo. Lo sport dovrebbe farsi carico grazie a queste caratteristiche per ridare speranza di progresso, dimenticando gli anni d’oro, la Paperopoli sportiva che, nella pallavolo iniziò con l’avvento di Mediolanum e Messaggero e che hanno consentito visibilità ma anche fatto perdere di vista la dimensione economica. Si parla spesso di società in difficoltà a presentarsi ai nastri di partenza per la prossima stagione, di possibili chiusure che, in campo femminile tra A1 e A2 potrebbero vedere sparire cinque o sei società; impressionante, addirittura quanto citato da Lorenzo Dallari nel suo editoriale a proposito del Campionato di Pallacanestro Femminile. Nella pallavolo si deve cambiare regime se si vuole proseguire per la strada del buon senso, affidandosi alla territorialità, all’opera dei propri allenatori che, fortunatamente nel nostro paese sono ancora tra i migliori al mondo e capaci di spirito di programmazione spesso invece negatoci dai club. La scuola di tecnici Italiana ha radici molto ben profonde, si deve all’apprendistato che tanti sono stati capaci di fare alle spalle di rinomatissimi insegnanti, alcuni come i miei grandi maestri Bosetti (con lui hanno lavorato in passato anche Mencarelli e Pieragnoli attualmente responsabili delle Nazionali giovanili femminili) e Giannetti, altri dai quali sono cresciuti quelli che stavano facendo capolino nei primi anni del 2000, all’epoca della prima vittoria nel Mondiale femminile di una rappresentativa azzurra. Parisi e Guidetti prima, che ha operato anche alla corte di Velasco e Frigoni, poi i collaboratori di Bonitta nei club e in nazionale: Caprara, Abbondanza, Micelli, Mazzanti; infine Marchesi, Beltrami, Lavarini e Salvagni che rappresentano alcuni nomi della new generation che dovranno coltivare le giocatrici del futuro. La competenza che un tecnico può avere deve iniziare dalla capacità di stare in palestra a osservare e imparare esercizi, programmi, correzioni, interventi, e deve avvenire quotidianamente con insegnanti capaci. I corsi, per la conoscenza e l’aggiornamento sono la valigia dove mettere tutto quello che il campo insegna. A mio parere lo sforzo della federazione dovrebbe essere in questo senso, raggiungendo in periferia gli allenatori che hanno voglia di mettersi alla prova, trovando per loro possibilità di occupazione in club che avessero piacere di avvalersi della loro collaborazione, magari mettendo anche a disposizione un piccolo contributo ai più meritevoli nei corsi di secondo e terzo grado. Le grandi catastrofi ci insegnano che chi vuole rialzarsi velocemente può riuscirci rimboccandosi le maniche e, senza scomodare le opere realizzate dal Giappone dopo il terremoto del 2011, ricordiamoci solo cosa sono stati capaci di fare nel Friuli, sommersi a Gemona la notte del 6 maggio 1976 ricostruita bella come prima in poco tempo. La pallavolo non ha macerie, ma attraverso lo spirito che animò i friulani e la stessa progettualità potremmo fondarla più bella di prima, anche con meno risorse economiche, grazie a quelle umane.
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