L'etica sportiva: la riservatezza ed i farmaci che aumentano le prestazioni

Dr Alessandro Cristani Azienda ospedaliero-universitaria di Modena

16/05/2007

L'etica sportiva: la riservatezza ed i farmaci che aumentano le prestazioni
RISERVATEZZA

La professionalità costituisce la base del contratto tra medicina e società, essa trova la sua espressione in 3 principi fondamentali: la centralità del benessere del paziente, la sua autonomia ed il principio della giustizia sociale all’interno del sistema sanitario (9); tra le responsabilità professionali (impegno alla competenza professionale, all’onestà etc...) è essenziale, nella pratica medica, l’impegno alla riservatezza.
Per ottenere la fiducia e la confidenza dell’atleta è necessario che il team tuteli adeguatamente la riservatezza delle informazioni che lo riguardano. Tenere fede all’impegno alla riservatezza è oggi più importante che mai sia perchè in Italia vi è una legge detta sulla Privacy (N.675 del 1996 “Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali”) sia considerando l’impiego diffuso dei sistemi informatizzati per compilare i dati .
E’ consigliabile, per garantire la riservatezza, redigere una cartella clinica tradizionale o informatizzata da tenere nel proprio studio, non accessibile a terzi. Il team medico deve inoltre sapere distinguere tra informazioni cliniche che riguardano specificatamente la condizione fisica dell’atleta, pertanto trasmissibili, con il suo consenso, ad altri staff ed alla dirigenza, e altre strettamente personali (ad es. problemi psicologici o psichiatrici che possono condizionare la sua carriera) che vanno mantenute riservate.
Il team, come Arlecchino, ha due padroni da servire: l’atleta\paziente e la dirigenza societaria. Un corretto bilanciamento non è mai agevole in quanto le figure professionali e dirigenziali che operano in una società sportiva, a volte, ritengono che conoscere l’entità di un infortunio di un atleta rappresenti un modo per dimostrarsi partecipi alle vicende societarie. Inoltre, ognuno per il proprio settore, ritiene di poter dare indicazioni per gestire o sopperire all’assenza; pertanto appare opportuno redigere, ad ogni inizio di stagione agonistica, una lista di presentazione degli specialisti (consulenti di fiducia) da consegnare alla squadra, ai quali, in caso di infortunio, va fatto riferimento “in primis”e sulla base del loro parere il team potrà decidere per eventuali ulteriori consulenze esterne.
In conclusione: la società sportiva non può essere un’isola separata dal resto della società in cui opera! E’ necessario un lavoro lungo di sensibilizzazione ma può essere utile, fin da ora, richiedere a tutti i componenti della squadra di firmare un consenso su chi può essere informato sui dati clinici che lo riguardano; ho volutamente usato il termine estensivo di squadra in quanto comprensivo delle altre figure tecniche, a loro volta passibili di infortuni o problemi che ne possono condizionare il rendimento e quindi interessare alla dirigenza.

Ricordo, nel merito, che da tempo in Inghilterra esistono delle Linee Guida sulla riservatezza; esse sono state recentemente modificate ma la British Medical Association ne lamenta la loro ancora non completa implementazione ed accettazione da parte delle società calcistiche. Da ultimo una curiosità indicatrice di un modo di pensare: prima di Sydney 2000 la British Olympic Association ha redatto una dichiarazione in cui il team medico può riferire all’allenatore sull’entità di un infortunio solo con il consenso dell’atleta.


FARMACI che AUMENTANO le PRESTAZIONI (doping e non doping) ed ABUSO
FARMACOLOGICO.

Il ruolo del team medico.

A) L’impiego diffuso del doping tra gli atleti professionisti, il coinvolgimento degli atleti dilettanti ed il rischio che vengano coinvolti anche gli atleti giovani , rappresenta una emergenza sociale (10) che richiede il massimo impegno da parte dei medici per contrastare questo fenomeno assai dannoso per la salute e per la credibilità dello sport.
Il doping costituisce un grave rischio per la salute e la vita in quanto può avere conseguenze fatali (11); il codice di comportamento antidoping nelle attività sportive (risoluzione n 92\C44\01 del Consiglio Europeo) afferma che “è dovere dei medici essere compiutamente informati circa gli effetti degli agenti o metodi dopanti al fine di consigliare correttamente gli sportivi che a loro si
rivolgono”. Quindi il team medico ha un ruolo estremamente importante da svolgere nella prevenzione e gestione dei problemi legati al doping. Il primo compito da assolvere riguarda l’educazione dei componenti la squadra sui seguenti argomenti:

- conoscenza della lista dei prodotti vietati (WADA)
- informare sempre il medico se si assumono farmaci o supplementatori e con quale dosaggio
- ricordare che è responsabilità personale dell’atleta assicurasi di non assumere sostanze dopanti
- assumere solo farmaci prescritti per uso terapeutico.

Il team deve avere inoltre le seguenti conoscenze:

- per alcune sostanze incluse nella lista di quelle vietate e che vengono impiegate per il
trattamento di alcune patologie frequentemente riscontrabili negli atleti, è stata prevista (2004)
una procedura specifica per ottenere l’Esenzione a Fini Terapeutici (EFT) o Therapeutic Use
Exemptions (TUE). Qualora si debbano usare Beta-2 agonisti (formeterolo, salbutamolo, terbutalina) per via inalatoria ed i Glucocoticoidi per vie non sistemiche è prevista una EFT abbreviata
- mantenere una tabella aggiornata dei farmaci prescritti ed il loro dosaggio da utilizzare in
caso di controllo antidoping
- in caso di doping non intenzionale verificare attentamente i principi attivi del prodotto che ha
determinato il problema ed informare immediatamente la agenzia antidoping nazionale
- nei viaggi all’estero prestare una particolare attenzione poichè farmaci con lo stesso nome in un
paese possono avere una diversa composizione in un’altro.

B) Va inoltre ricordato che esistono dei problemi determinati dall’uso dei supplementatori creatina e BCAA (vedi quanto pubblicato nel sito alla voce supplementatori); questi non sono inseriti nella lista delle sostanze proibite, tuttavia questi prodotti, di cui si fa largo uso nello sport, posseggono una doppia identità in quanto sono considerati food, ma a seconda di come usati rispetto al dosaggio (massima quantità consentita non superiore alle due volte il fabbisogno giornaliero) ed alla durata del trattamento, possono diventare drug. Qualora vengano utilizzati con queste ultime modalità, e spesso accade su indicazione non medica, il team medico deve ricordare la direttiva 65\65\CEE “ogni sostanza somministrata per recuperare, correggere o modificare una funzione fisiologica deve essere considerata un prodotto medicinale, pertanto prescrivibile solo da un medico in caso di sospetta o provata carenza o malattia”. Ricordo infine che il Codice di Deontologia Medica 2006 all’articolo 73 afferma che “il medico non deve consigliare, prescrivere o somministrare trattamenti farmacologici finalizzati ad alterare le prestazioni psicofisiche correlate ad attività sportiva a qualunque titolo praticata, in particolare qualora tali interventi agiscano direttamente o indirettamente modificando il naturale equilibrio psicofisico del soggetto”.

C) Quale punto di partenza, per supportare il problema dell’abuso farmacologico (12), abbiamo scelto i dati forniti da una meta-analisi del 1994 (13) condotta su 51 studi riguardanti 10.274 atleti praticanti 15 sport diversi. Il 46% di questi faceva uso di integratori e di supplementatori, con la caratteristica che gli atleti di elite erano più coinvolti di quelli dei college e questi più di quelli delle high school. A distanza di due e sei anni, alle Olimpiadi di Atlanta e Sidney, gli atleti canadesi che avevano fatto integrazione erano rispettivamente il 69% ed il 74% ed i supplementatori più comunemente usati erano la creatina (14%) e i Branched-chain Amino Acid (BCAA) (15%). Ma è possibile trovare segnalazioni che testimoniano il coinvolgimento della quasi totalità degli atleti testati: su 77 nuotatori di alto livello australiani, il 94% assumeva supplementatori con la identificazione di 207 differenti prodotti (14).
Per una più precisa quantificazione del fenomeno è da tenere presente che all’assunzione di queste sostanze vanno aggiunti i farmaci, in prevalenza antiinfiammatori non steroidei, assunti dal 61% e 54% degli atleti considerati (15). Sempre a Sidney agli atleti selezionati per i test antidoping veniva chiesto quali farmaci avessero assunto negli ultimi 3 giorni; le dichiarazioni raccolte furono 2758: la loro analisi ha mostrato un eccessivo consumo di farmaci, con un elevato rischio di effetti collaterali e interazioni avverse (16).
Chi oggi si avvicina allo sport con un ruolo professionale avverte che allenatori, preparatori atletici, dirigenti ed anche atleti sono convinti che senza farmaci e supplementi non si possa essere competitivi, specialmente ad alto livello agonistico.
Costoro dimenticano che il successo nello sport è il risultato di una “superiorità genetica”, di un lungo e duro allenamento, di una selezionata attitudine, di una ottima nutrizione ed idratazione, di un adeguato riposo e recupero, di una attrezzatura moderna. Questi fattori non possono essere sostituiti dall’abuso di farmaci o supplementi. Il team medico deve aiutare l’atleta ad emanciparsi da questa rischiosa schiavitù farmacologica (da ricordare le ricerche in atto su calciatori, farmaci e Sclerosi Laterale Amiotrofica). Ma l’atleta per essere libero deve imparare a competere in un ambiente che continuerà ad essere fortemente influenzato dalle leggi di mercato.

D) la iniezione locale di anestetici (ad es. lidocaina) dentro o attorno l’area sofferente è assai comune; gli analgesici (pain killer) sono comunemente usati tra i professionisti e variano dalla somministrazione per os (ad es. paracetamolo) alle iniezioni (ad es.ketorolac).
Il team medico deve valutare due problemi inerenti a queste terapie: il primo se competere con la lesione possa peggiorare la stessa (senza il dolore i rischi aumentano) ed in molti casi questo avviene. Il secondo se giocando con la lesione l’atleta si metta nella condizione di aumentare il rischio di contrarre altre lesioni per lui stesso o per i suoi compagni.
Il team e gli atleti devono conoscere i potenziali vantaggi e svantaggi del giocare o meno; nell’affrontarli va tenuto presente che possono essere molto diversi a seconda che l’atleta sia un professionista o no, del ruolo che ha nella squadra, dell’importanza dell’impegno, se è minorenne o meno. Solitamente si crea un conflitto tra i vantaggi a breve termine e i problemi a lungo termine. In questi casi il team deve discutere approfonditamente sul problema ed utilizzare il consenso informato.
Occasionalmente l’atleta o chi per lui, può fare riferimento ad una figura esterna e comportarsi nella cura o nella riabilitazione, in maniera diversa da quella suggerita dal team o dai consulenti di fiducia; in tal caso è essenziale che il tutto sia documentato ed è opportuno che il team firmi una “liberatoria” da indirizzare alla dirigenza della società.

BIBLIOGRAFIA

9) Carta della professionalità medica The Lancet 2002; 359:520-22.

10) Miah A. Doping and the child: an ethical policy for the vulnerable. Lancet 2005;366:874-6.

11) Coughlin C. Performnce enhancing drugs and supplements. Emerg Med Serv 2005;34:86-90.

12) Cristani A, Romagnoli E. La medicalizzazione dello Sport. Rec Prog Med 2007 (in stampa)
13) Sobal J, Marquart LF. Vitamin\mineral supplement use among athletes: A review of the literature. Int J Sport Nutr 1994; 4: 320-34.
14) Baylis A, Cameron-Smith D, Burke LM. Inadvertent doping though supplement use by athletes: assessment and managment of the risk in Australia. Int J Sport Nutr Exerc Metab 2001; 11: 365-83.
15) Huang SH, Johnson K, Pipe AL. The use of dietary supplements and medications by canadian athletes at the Atlanta and Sidney Olympic games. Clin J Sport Med 2006; 16(1): 27-33.
16) Corrigan B, Kazlauskas R. Medication use in athletes selected for doping control at the Sidney Olympics (2000). Clin J Sport Med 2003; 13(1): 33-40.

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