L'uomo nella società delle pecore

di Edoardo Dallari

12/12/2010

Filippo, Lorenzo ed Edoardo DallariFilippo, Lorenzo ed Edoardo Dallari
Filippo, Lorenzo ed Edoardo Dallari
Essere padre significa avere continuativamente un grande impegno, morale, comportamentale, mentale. Io ho due figli straordinari, che vivono in mondi particolari. Fillipo ha 11 anni, ha uno spiccata indole artistica e ama il volley, la chitarra e le scienze. Edoardo ha 17 anni, gioca a basket, è molto bravo a scuola ed è preso da due argomenti, la politica e la filosofia, studia al Liceo Classico. Queste le sue spontanee riflessioni, che con la pallavolo non hanno nulla a che fare, ma che mi hanno obiettivamente stupito. E pertanto le pubblico con piacere. (l.d.)

Reazione o subdolo adattamento sistematico? Cos’è l’uomo e che ruolo può avere nella società moderna? In che modo diventa attivamente individuo? Che cosa manca all’essere umano per essere veramente e saldamente tale? Leggere questi interrogativi so che può atterrire, o magari irritare, ma penso sia giusto e necessario fare determinate considerazioni riguardo a ciò. L’Io è veramente io in questa società?
Ciò che distingue l’uomo dagli animali è il pensiero. Il pensiero però non deve essere inteso come capacità di conoscenza passiva, ma deve necessariamente implicare una rielaborazione, una facoltà di giudicare in modo critico ciò che accade e che ci viene detto. All’uomo moderno questa capacità è sfuggita completamente di mano. Viviamo nella società dei mass media, ormai incontrastati re del mondo. Il mio obiettivo qui è quello di mettere in evidenza la profonda e radicata gravità ed ingiustizia dell’aggettivo “incontrastati”. La società consumistico-mediatica di oggi infatti non consente più all’uomo di pensare, ma solo di recepire in modo passivo i concetti, e lo rende di conseguenza simile ad una macchina.
Che influenza hanno l’informazione e l’intrattenimento dei mezzi di comunicazione odierni sullo sviluppo sociale della società?
Assistiamo oggi ad una crisi generalizzata dei valori, dei costumi, del pensiero, del modo di essere nel mondo, e questa crisi si riflette nella tv di tutti i giorni e in particolari programmi di intrattenimento: “Il Grande fratello” un nome su tutti, l’emblema e l’esasperazione del decadimento sociale. Bisogna chiedersi però come mai esistano programmi di questo tipo, come mai il sogno di molti italiani sia quello di poter entrare nella tanto “famigerata casa”. Il motivo per cui esistono è molto semplice e segue una ben precisa logica imprenditorial-televisiva di mercato: l’audience, e per questo devono essere un punto fisso del palinsesto. La tv è un’azienda che funzione secondo la legge della domanda e dell’offerta, e se dunque la domanda consiste nel “Grande Fratello”, allora questo deve, in una logica aziendale, essere proposto. Ne consegue da ciò che è la società ad influenzare la tv e cosa la tv deve proporre, non il contrario, il che sarebbe dal mio punto di vista profondamente sbagliato. La tv è in crisi perché la società è in crisi, è lo specchio della realtà e dei tempi che corrono. Il proporre dunque dei modelli di comportamento certamente sbagliati, non è la causa del degrado, ma è il degrado a sua volta un modello sbagliato per la tv. È il fatto che gli italiani guardino determinati programmi che fa sì che questi abbiano diritto di cittadinanza.
Da cosa deriva dunque la crisi della società odierna? Sostanzialmente da tre motivi. In primo luogo l’uomo kantiano che compie il bene per il bene non esiste, è una pura utopia, poiché l’uomo, nella stragrande maggioranza dei casi, segue il proprio interesse, e quindi il fine ultimo diventa il proprio benessere, che non necessariamente coincide con quello della società. Ciò che è morale si è perso, e va più di moda essere moralisti, ovvero giudicare ciò che gli altri fanno, senza poi dare una soluzione positiva dei problemi.
Il secondo motivo è la crisi della politica, che non si pone più come guida, nè moralmente integerrima, nè come condottiera di un popolo. Non esiste più (o forse in Italia non è mai esistito) un senso di patria, di ideale comune da raggiungere nell’interesse di tutti, ma prevalgono, come detto, gli interessi dei singoli. Il vero problema si pone quando la tv viene utilizzata come veicolo di idee dai politici, che elevano la propria verità (mai espressa nella sua totalità) a verità universale, il che dà vita alla demagogia, e mette da parte quella che dovrebbe essere la vera informazione, diritto a mio parere che i cittadini devono pretendere.
Il terzo motivo è la tendenza a creare un passato ideale, aspetto estremamente pericoloso, perché, così facendo, tutto ciò che è presente e non fa parte di questo passato perfetto, diventa automaticamente “spazzatura”.
Pensare che la crisi dei valori dipenda unicamente dalla tv è deprimente, in quanto riduce l’uomo a “pecora senza personalità”, ad un conformismo e ad un apprendimento meccanicistico. La prova più evidente di questo cade necessariamente nel fatto che l’uomo stesso abbia bisogno di modelli di comportamento da seguire. L’uomo non ne ha bisogno! L'uomo odierno si adegua a ciò che vede e sente, non reagisce per crearsi un suo pensiero, una sua opinione. L'uomo si conforma al pensiero della massa, il che cancella completamente l’attività critica dell’intelletto, la quale è condizione indispensabile per essere considerato un individuo, un essere giudicante, ma non inteso nel senso di limitarsi a criticare ciò che gli altri fanno o dicono, ma di creare una propria idea, e di essere disposti a lottare per questa.
La mancanza di senso critico crea una dittatura dei mass media. È l uomo che permette, agendo in tal modo, che la tv instauri una dittatura, che si riflette direttamente sulla capacità di pensiero degli uomini. L'uomo si autocrea una dittatura, non gli viene imposta.
La più grande libertà che ha l'uomo è quella di pensare, e i mass media, attraverso la complicità dell’uomo stesso, cancellano in massima parte questa capacità fondante dell’individuo.
Mi rifiuto dunque di pensare che l'uomo possa vivere in base a ciò che vede in tv.
Reagiamo pensando, solo così possiamo tornare ad essere individui e (ri?)-costriure una società.
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