Orlando Samuels, il volley di Cuba

di Adelio Pistelli

05/06/2011

Glaston Orlando Samuels BlackwoodGlaston Orlando Samuels Blackwood
Glaston Orlando Samuels Blackwood
La pallavolo, a Cuba, ha solo un nome o se volete quattro: Glaston Orlando Samuels Blackwood. Per tutti, però, è solo Samuels. E' lui, questo signore senza età, immagine di simpatia e disponibilità, personaggio mondiale assoluto, il punto di riferimento di chi va sottorete nell'isola centroamericana.
Era il 1976, sì trentacinque anni fa quando Samuels diventava uno dei protagonisti dello staff tecnico di Cuba. "Ero il secondo di Herrera, grande tecnico, grande maestro - racconta - Ho passato momenti bellissimi con lui. E' stato un periodo carico di soddisfazioni ed esperienze meravigliose".
E Orlando Samuels era sulla panchina dei caraibici quel sabato 30 settembre del 1978 quando l'Italia che schiaccia diventava grande sul serio. "C'ero sì - sorride - Che partita ed è stato tutto bellissimo. A parte il risultato, purtroppo per noi".
Il successo di Lanfranco, Di Coste, Dall'Olio e soci arrivò in maniera del tutto inattesa e, anche per questo, quel trionfo su Cuba era e verrà sempre ricordato come il trampolino di lancio del volley nazionale. Orlando Samuels ha visto vincere chi non doveva ma ha, piano piano, messo in disparte quel pomeriggio romano. "Ricordo però che c'è voluto del tempo per dimenticare quella sconfitta ma lo sport è questo: tutto va accettato e tutto serve per crescere".
Una frase, questa, che racconta tutta la vita, sottorete, di Samuels. Del resto, dal 1985 chissà quante volte l'avrà rilanciata ai suoi tanti nazionali cubani cresciuti nelle palestre dell'Avana. Da ventisei anni, infatti, è il tecnico responsabile, l'head coach come è scritto su tutti i verbali di gioco di uno dei team che hanno fatto la storia del volley mondiale. Sotto di lui sono cresciuti e diventati campioni personaggi meravigliosi che hanno saputo portare in alto il nome di Cuba. Uno sui tutti? Joel Despaigne, El Diablo come venne nominato durante e dopo la grandi sfide con la nostra nazionale ai mondiali brasiliani del 1990. Despaigne (che ci ha aiutato come interprete in questa chiacchierata) ha incontrato ad Ancona il suo grande maestro. Un abbraccio, poche parole, poi un semplice arrivederci. "Non siamo andati molto bene - ci diceva Samuels dopo la sconfitta di World League di giovedì scorso contro gli azzurri - ma sono sconfitte che possono arrivare anche per situazioni che sono maturate negli ultimi tempi. E delle quali preferisco non parlare. Invece dobbiamo pensare solo a lavorare e qualcosa di buona succederà".
Le ultime vicende maturate sull'isola caraibica che hanno forzatamente segnato la nazionale cubana (fuori tre giocatori titolari che vinsero l'argento all'ultimo Mondiale), hanno costretto il tecnico all'ennesima rivoluzione. "Negli ultimi quattro anni ho cambiato quattro volte la squadra e non è facile poi arrivare ai risultati che cerchi. Ma nessuna scusa e bisogna guardare solo avanti, sapendo di fare sempre un buon lavoro".
Poi, la curiosità di questo tecnica senza età; nel mondo dell'informatica, quando computer e auricolari sembrano segnare questa o quella partita; mentre tutti i suoi colleghi vivono in piedi un qualsiasi match, lui se ne sta seduto, senza cartelline, braccia incrociate. Studia la partita, chiama il time out quando lo ritiene necessario, da consigli e, quando è tutto finito, come ad Ancona, stringe la mano agli avversari, saluta il suo team e va a raccontare il suo pensiero, le sue considerazioni. "Ogni volta è sempre la prima volta".
C'è un segreto nei grandi talenti che escono dal volley cubano?
"Tanto lavoro, con continuità facendo seguito ad un preciso programma sui giovani. Niente di più".
Dopo trentacinque anni di allenatore, come si trovano sempre nuove motivazioni per andare in palestra?
"Semplicemente l'amore per la pallavolo". Grazie, maestro.
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